Bruno Bolfo: l’uomo che insegnò a Lugano a parlare con il mondo

© Duferco
di Matteo Somaini, Presidente LCTA
Ci sono persone che costruiscono aziende. E poi ci sono quelle, molto più rare, che costruiscono ecosistemi. Bruno Bolfo apparteneva alla seconda categoria.
Quando si pensa a Lugano, l’immaginazione corre spesso alle banche, al lago, alla calma elegante di una città che sembra aver fatto della discrezione uno stile di vita. Eppure, per oltre quarant’anni, da queste rive apparentemente tranquille sono passate immense correnti di acciaio, energia, merci e capitali diretti ai quattro angoli del pianeta. Dietro molte di quelle rotte c’era la visione di un uomo che preferiva i fatti alle dichiarazioni e i risultati ai riflettori.
Bruno Bolfo ha fatto qualcosa che sembrava quasi impossibile: trasformare una città di provincia in uno dei punti di riferimento del commodity trading internazionale. Non con proclami altisonanti, ma con il metodo più antico e più efficace del mondo imprenditoriale: lavorare, rischiare, costruire.
Le origini della sua avventura imprenditoriale affondano nel Brasile del 1979, ma è a Lugano che il progetto ha trovato il suo centro di gravità. Da qui Duferco ha iniziato a tessere una rete globale capace di collegare mercati, industrie e continenti. Una multinazionale nata sulle sponde del Ceresio sembrava un paradosso. In realtà era una scommessa. E Bolfo l’ha vinta.
La sua intuizione fu comprendere prima di molti altri che il valore di una città non dipende soltanto dalle sue dimensioni, ma dalla qualità delle competenze che riesce ad attrarre e sviluppare. Così Lugano è diventata una piattaforma internazionale dove il sapere finanziario svizzero si è incontrato con il dinamismo dei mercati globali.
Ma la vera eredità di Bolfo non è contenuta nei bilanci di Duferco. È nelle persone.
Le grandi imprese lasciano edifici. Le più grandi lasciano scuole. Duferco è stata una scuola. Nel tempo ha formato generazioni di professionisti che hanno imparato a leggere i mercati, gestire i rischi, organizzare la logistica globale, negoziare in contesti sempre più complessi. Molti di loro hanno poi preso strade autonome, fondando nuove realtà e contribuendo a creare quella che oggi viene definita la “galassia” del trading luganese.
È un fenomeno che ricorda i vecchi maestri artigiani: l’allievo entra in bottega e un giorno apre la propria. Con una differenza. Qui la bottega non produceva mobili o orologi, ma competenze destinate a muovere milioni di tonnellate di merci e miliardi di euro di scambi.
Da questo nucleo originario sono nate società specializzate nell’energia, nel gas, nell’elettricità, nella logistica e nei servizi collegati. Alcune hanno raggiunto posizioni di primo piano nei rispettivi settori. Tutte portano, in qualche misura, il segno di quel modello imprenditoriale fondato su pragmatismo, velocità decisionale e capacità di adattamento. L’impatto sull’economia ticinese è stato profondo. Centinaia di posti di lavoro qualificati, un indotto che coinvolge professionisti, studi legali, revisori, banche e operatori logistici. Ma soprattutto una reputazione internazionale costruita nel tempo e consolidata giorno dopo giorno.
Oggi il commercio globale attraversa una stagione complessa, attraversata da tensioni geopolitiche, trasformazioni energetiche e nuove regole. In questo scenario, la scomparsa di Bruno Bolfo rappresenta la fine di una stagione. Non perché venga meno ciò che ha costruito, ma perché scompare uno di quei protagonisti che riescono a lasciare un’impronta riconoscibile sul destino di un territorio.
Lugano perde il suo patriarca del trading. Perde un imprenditore che ha sempre preferito agire lontano dai riflettori. Ma conserva qualcosa di più duraturo della presenza di un singolo uomo: una cultura d’impresa, una rete di competenze e una vocazione internazionale che continuano a generare valore. In fondo, il vero lascito di Bruno Bolfo non è una società né un settore economico. È l’idea che anche una città affacciata su un lago possa diventare una finestra aperta sul mondo, se qualcuno ha il coraggio di immaginarla così. E poi di lavorare una vita intera per renderla reale.
Pubblicato originariamente sul Corriere del Ticino, 22 luglio 2026.
